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ALTRE SCRITTURE Aprile 15, 2008

Posted by scrittureinattesa in FUORI TEMA.
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Leonardo Sbaffi ci parla di un’altra scrittura -  la musica; del modo di insegnarla - o il modo in cui si dovrebbe insegnarla -  dell’insegnare a scuola, del porsi problemi educativi, dell’incontro con il teatreducazione.

 

IL LINGUAGGIO MUSICALE, TRA PROFESSIONALITA’ ED EDUCAZIONE
Intervista a Leonardo Sbaffi

1) E’ E’possibile considerare la scrittura musicale alla stregua della scrittura tout court?

Difficile dire se la scrittura musicale possa definirsi scrittura nel senso che comunemente si dà a tale termine.
La scrittura musicale è di molto successiva alla pratica musicale quindi alla musica stessa.
Nell’antica Grecia musica e poesia vivevano accomunate, tant’è che le forme musicali erano le forme poetiche (prosodi, ditirambo, ode, elegìa, etc).
Alla musica veniva riconosciuto il potere di condizionare o addirittura determinare gli stati d’animo, le leggende greche erano ricche di testimonianze che narravano di fatti miracolosi attribuiti alla musica: Orfeo che spostava oggetti col suo canto, Anfione che costruì Tebe grazie alla musica.
Gli esempi più antichi a noi giunti risalgono al 150 a. C. e sono due inni delfici ad Apollo, un canto bacchico, per arrivare poi al II secolo d. C. con tre inni di Mesomede di Creta.
Si tratta di musica ovviamente monodica, senza quindi sostegno alcuno.
Sarà poi - molti secoli dopo - lo sviluppo della polifonia a rendere sempre più necessaria una notazione che consentisse una maggior esattezza delle durate ed in questo senso fondamentale sarà l’introduzione del tetragramma da parte del monaco benedettino Guido d’Arezzo nel sec XI che poi darà anche i nomi alle note così come ancor oggi vengono chiamate estrapolando gli incipit di ogni emistichio dell’inno a S. Giovanni.
Volendo fare un confronto fra la scrittura e la scrittura musicale, quello che posso dire è che mentre la scrittura ha molteplici possibilità di utilizzo - ciascuno con diverse sue prerogative - la scrittura musicale è solo funzionale all’esecuzione.
Penso alla scrittura che comunemente tutti usiamo (e temo pensando alla metamorfosi secondo me molto pericolosa che sta subendo per opera degli sms).
Penso alla scrittura in tutte le sue infinite possibilità, da quelle tecniche (ricordo di essere stato qualche settimana prima di decidere il carattere da utilizzare per la brochure del mio 4tto), a quelle così ben pensate per invogliarci a comprare, ad altre artistiche che divengono un copione teatrale, piuttosto che una sceneggiatura, piuttosto che una poesia.
Una poesia è tale sia che venga interpretata da un attore sia che rimanga solo scritta e letta sottovoce o addirittura senza voce (anzi!).
Un testo musicale (togliamoci dalla mente Beethoven, Mozart che scrivono musica anche quando non possono più sentirla) è un’architettura che necessita della realizzazione (vedere il progetto dettagliato della Cappella Sistina non equivale a vederla).
Per non parlare della musica contemporanea che da oltre sessant’anni anni chiede alla scrittura ardite peripezie per riuscire a tradurre ed organizzare nuovi suoni e nuove architetture.
Possiamo dunque dire che la scrittura può bastare a se stessa; la scrittura musicale no.
Per contro, la scrittura musicale è l’unica scrittura che non permette traduzioni.

2) A differenza della scrittura, che si apprende quasi subito e semplicemente, in che rapporto si trova un giovane allievo con il rigo musicale, prima di leggere ed eventualmente scrivere musica?

Si può imparare a suonare senza saper scrivere, così come si può imparare a parlare senza saper scrivere; detto ciò ho avuto allievi non ancora in età scolare che non solo hanno imparato a suonare ma che sapevano leggere la musica senza sapere cosa fossero i numeri e tantomeno le frazioni.
La questione è non adattare gli individui a un metodo ma variare il metodolo in considerazione degli individui.
E’ quello che purtroppo non avviene nelle scuole (non solo nei conservatori, è un problema di tutti gli ordini di scuola) dove ogni allievo deve fare un percorso che è pressoché unico per tutti, non solo nel fine da raggiungere ma nel percorso da seguire per raggiungerlo.
Ciò diventa grave perché le inadeguatezze che gli studenti manifestano vengono lette dagli insegnanti come imputabili agli studenti quando invece così non è.
La difficoltà non è mai (o quasi) di chi impara ma di chi insegna.
Sono gli insegnanti ad essere inadeguati non gli studenti.
Poi, certo, oggi siamo in un paese dove solo da pochi anni si è iniziato a studiare musica, a suonare uno strumento alle medie, ma nulla alle elementari, per tornare praticamente al nulla dopo le medie. Il conservatorio, dunque, si trova a dover rispondere ad esigenze di tipo professionale, dilettantistico, culturale, dimenticandosi completamente quanto la musica sia importante per la formazione degli individui, per la socializzazione - e in questo senso nessun altra disciplina può farlo con altrettanto chiarezza -
La musica deve insegnare soprattutto a non aver paura a compromettersi.
Fare tutto ciò in conservatorio è difficile perché ci sono dei tempi e dei programmi comunque da rispettare. E poi c’è la poca frequenza, un’ ora a testa a settimana - che io raggiro facendo stare i miei alunni più tempo in classe ad ascoltare le lezioni altrui, facendoli molto spesso suonare insieme e, muniti di carta e penna, chiedo loro di esprimersi su se stessi e sui loro compagni -
Tutto ciò spesso funziona ma il problema di molti ragazzi è che sono impauriti perché non abituati a lavorare sodo; la disciplina, il rigore che sanno riconoscere nei loro eroi mediatici, non riescono ad applicarli a se stessi.
Quello che cerco di far capire loro è che debbono condurre la loro battaglia da soli; io non so se oggi è più difficile o più facile di venti anni fa; quello che so è che dovranno assolutamente imparare ad inventarsi situazioni nuove, originali. Guai per un musicista accantonare la pratica musicale; guai seguire quelle che oggi sembrano possibili opportunità lavorative e per esse abbandonare i propri sogni. Oggi è difficile; ma ieri com’era?
Io so che ho iniziato il conservatorio quando gli altri da un pezzo avevano finito, e con uno strumento, il sax, che allora non era neanche riconosciuto ai fini di qualsiasi concorso.
Ma l’ho fatto lo stesso, e niente mi ha impedito di star lì e studiare con l’unico fine di non di trovare lavoro ma di fare al meglio quello che stavo studiando.
Ricordo il mio primo quartetto: studiavamo oltre dieci ore al giorno in conservatorio. Ricordo che i docenti bussavano per chiederci di passare alla battuta successiva, visto che stavamo ripetendo la stessa da ore. Non riuscivano a fare lezione.
Ma noi ci sentivamo eroi, eravamo coscienti che avevamo messo in moto un meccanismo che non si sarebbe più fermato, che si autoalimentava e il piacere era proporzionale alla fatica, stavamo male se non studiavamo.
Nel giro di due anni vincemmo i più importanti concorsi nazionali ed internazionali e questo ogni volta era il pieno alla nostra Ferrari.
Piano piano le cose cambiarono; nel senso che si aprirono classi di sax ai conservatori, i diplomi vennero riconosciuti; poi è storia d’oggi.
Ma noi eravamo lì quando le cose sono cambiate, ed avevamo le carte in regola per cogliere le opportunità che solo ora ci venivano offerte.

3) Quali sono le difficoltà dell’insegnare, oggi, musica, in un conservatorio? Faccio riferimento naturalmente al porsi questioni legate, più che alla metodologia, alla didattica.

La musica non esiste, esiste l’interpretazione musicale, senza la quale il vero fine non viene neanche sfiorato.
Interpretare significa creare e creare è operazione che non ha fine, e non è soggetta a noia.
Far capire questo è assai difficile, bisogna farlo sperimentare, ma per farlo sperimentare ci vuole l’incondizionato accordo consapevole fra studente ed insegnante che per un certo periodo deve prendersi carico di ogni volontà dello studente - quasi annullarla - per restituirgliela poi.
E’ facile trovare significati diversi in brani musicali diversi; difficile è credere che un unico brano abbia infiniti significati quanti noi ne sappiamo riconoscere.
Difficile è far essere sempre nuovo lo stesso brano.
Questo è possibile se io, interprete, saprò essere sempre nuovo, ma per far ciò debbo acquisire mezzi non comuni, sofisticati, siano essi tecnici siano essi analitici.
Ecco perché è importante che io insegnante sia consapevole della necessità - ad un certo punto - di staccare il filo.
E’ come una radio che va a pile e con la corrente; solo quando stacco la corrente iniziano a lavorare le pile, non prima.
Lo studente di fronte a ciò si sentirà, in certi casi, tradito; in altri penserà di aver superato il maestro.
Entrambe, queste considerazioni, non sono vere.
E quando sarà stanco di rivolgersi al di fuori di se stesso per trovare quelle risposte che non riesce trovare, allora si acquieterà e sarà lì che inizierà a sentire, quindi a ricordare, quindi a capire.
Non voglio dire che sia sempre così.
Spesso questo lungo lavoro si interrompe per svariati motivi, ma se invece esso si compie in tutti i suoi passaggi, il risultato è questo.

4) Ultimamente ti sei avvicinato all’esperienza del teatreducazione. Che cosa pensi di aver imparato e che cosa pensi di aver insegnato?

L’interesse per Teatreducazione è dovuto innanzitutto ad un fatto istintivo.
Io mi fido molto delle mie sensazioni e l’aver conosciuto alcune persone, lavorarci insieme mi ha convinto ad iniziare questa esperienza.
Le risposte mi hanno immediatamente confermato la giustezza delle mie intuizioni.
Teatreducazione con i suoi dibattiti, con le sue occasioni di confronto, di discussione, tralascia e salta a piè pari tutto quanto di formale e stantìo c’è nel teatro e nell’educazione; ed io aggiungo nella musica.
La paura di farsi le domande è superata dalla necessità/desiderio di farsele; l’affrontare ciò che solitamente si preferisce non affrontare senza che però esistano giudici o imputati ma con l’unico scopo di sperimentare la possibilità di mostrarsi, scoprirsi e perché no, sorprendersi per come si è, sapendo anche che tanto altro si può essere, non è operazione che molti fanno.
Inoltre teatreducazione mi sta facendo sperimentare nuovi modi (o forse antichissimi?) di utilizzo della musica e questo per il mio ruolo d’insegnante che deve aiutare a creare delle professionalità è un aspetto molto importante che mi ha già dato nel caso del 4tto Furanosia – formato da giovanissimi miei ex allievi - delle importanti conferme.

5) Come pensi debba vivere il saper leggere e suonare un allievo che non decida di intraprendere necessariamente una carriera? Insomma, che ruolo può avere l’arte in generale, nella nostra vita, indipendentemente da professionismo?

Non dovrebbe esistere grande differenza fra l’approccio alla musica di un aspirante professionista rispetto ad un dilettante.
E’ fondamentale che un musicista si serva della musica, non per dimostrare ma per partecipare alla scoperta creativa.
Questa deve essere l’esigenza prioritaria di chiunque si avvicini all’arte, sia che lo faccia per professione che per diletto.

Leonardo Sbaffi

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