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ANTENNE SENSIBILISSIME Aprile 3, 2008

Posted by scrittureinattesa in FUORI TEMA.
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immagine tratta dallo spettacolo “A proposito degli orchi, 5 pezzi per farli addormentare”, Teatro Naturale, Monza

INTERVISTA A GIANFRANCO FABBRI


1. Si sente, a volte, adoperare su internet, rivolgendosi a qualche poeta, l´appellativo di “maestro”. Chi è, a tuo avviso, “maestro”? E quali i suoi compiti

La parola Maestro mi è da sempre ostile. Rifiuto l’uso di un termine così coinvolgente e ricolmo di responsabilità. Naturalmente ci sono degli autori che mi hanno segnato ed insegnato, ma non me la sento di chiamarli Maestri perché, pur avendo da loro appreso, vedo in loro anche la naturale predisposizione al rilassamento. I loro difetti, quando si palesano,  mi fanno dire: “li ammiro, ma non sono da essi apertamente dipendente”. Perché dal Maestro si dipende, non si può obiettare.

2. Pubblicare una giovane scrittura “uso il termine chiaramente non con intendimenti anagrafici”, credo sia diventato di questi tempi un atto di responsabilità. Poca la visibilità nel mare magnum delle pubblicazioni; inesistente, soprattutto, la funzione della guida.  

La scrittura “giovane”, a prescindere dall’età del portatore sano di tale energia, è innanzitutto un valore prezioso che va incoraggiato, affinché la lingua poetica possa “aggiornarsi” alle tematiche del presente. Senza nulla togliere alla bellezza della nostra lingua. Dovremmo intendere “giovane” quel segno che, pur sperimentando nuove soluzioni stilistiche, non dimentica le radici nobili del nostro vocabolario. Il compito principale di un editore dovrebbe consistere nel veicolare quel poeta che avesse prima sperimentato una tale commistione di prove.

3. Una volta, si racconta -  per esempio ai tempi della bianca di Einaudi -  il direttore di collana faceva una cosa che ora si chiama “editing”. Era un atteggiamento, più che una correzione tecnica; un esercizio di sguardo, di ascolto. Come pensi di affrontare il problema dell´editing nella tua neonata casa editrice dove, tra l´altro, dedichi una collana proprio alle giovani scritture?

Ritengo essenziale il rapporto stretto con l’autore. I poeti che attualmente stanno lavorando con me possono affermare senza difficoltà la cifra della mia vicinanza a loro. Sia per un editing, così come per una serie di problemi “tecnici” sulla costruzione fisica del libro. Vorrei essere un editore-autore a tutto tondo. Attualmente sto facendo lavoro di lima con due prossimi autori Arcolaio. Una volta alla settimana –due orette dense di confronti e di accordi- . Il poeta deve essere, assieme al proprio lavoro, il protagonista della fase antecedente alla pubblicazione. Sentire il suo parere, anche in merito a soluzioni tipografiche, è quanto mai importante. In tal modo, si vede nascere il progetto secondo delle pianificazioni armoniche.

4. Mi chiedo a volte che funzione possa avere la poesia per le nuove generazioni. Si leggono dati contradditori a riguardo: per esempio il fatto che si legga poca poesia e che però se ne chieda tanta. Alte le presenze nei redering, nei festival… Come interpreteresti questi atteggiamenti dal tuo punto di vista?

La domanda non è così semplice come parrebbe in un primo momento. In Italia, da sempre, sono tantissimi coloro i quali scrivono versi, mentre scarseggiano sempre di più i fruitori costanti. Insomma, si legge pochissima poesia. Una colpa va addebitata a certi moduli scolastici che fanno di tutto per mettere il Verso in forte opposizione con lo studente. Nelle aule dovrebbe esserci, almeno un mese all’anno, un “esterno” a produrre il suo punto di vista (nel ruolo dell’uomo che scrive, ma che appartiene comunque al mondo in maniera integrale). La nozione stitica e le analisi forzatine –mutuate da antologie “intelligenti” e basta- non hanno influenza; anzi, talvolta con simili strategie si attua un male irreversibile. Tu accenni alla grande richiesta di poesia, in giro per le piazze e per i teatri, ma, se ci fai caso, in ogni città sono sempre quelle poche centinaia di persone che vanno agli appuntamenti del settore. C’è una grande richiesta, nell’ambito della nicchia: ma si sa quanto la nicchia sia limitata. Non c’è un tentativo vero di suasione verso l’esterno. Occorre quindi inviare qualche cavallo di troia bene assestato al di fuori del pomerio. Il più è trovare mezzi e strategie. L’editoria più di tanto non può fare. Occorrerebbe l’intervento di una TV di Stato che sentisse questa urgenza e la trasformasse in un impegno fisso. Semmai in seconda serata: sarebbe già un risultato.

5. Una cosa che Matteo Fantuzzi chiedeva qualche tempo fa nel suo blog, era la ricostruzione di un ambiente, di una storia delle poesia a partire dagli anni settanta che
probabilmente i giovani e giovanissimi non conoscono affatto. Insomma: la richiesta di mettersi in contatto con la storia dei padri. Che cosa accadeva ai tempi della tua militanza giovanile? E come è cambiato l´ambiente dei fruitori di poesia?

Condivido l’idea di mettersi in contatto con la storia dei padri e dei fratelli maggiori. Giovani come Matteo ce ne sono, ma non poi tantissimi. Il giovane-tipo credo sia un po’ opportunista, nel senso che, quando c’è da attingere un servizio di favore, sa mettersi con molta facilità in contatto con il più anziano (sa dare subito del tu, ti batte la spalla, ti promette chissà quale progetto assieme). Poi succede che, una volta ottenuto il “passaggio” nel tuo orticello, quel ragazzo non lo rivedi più. Più facilmente, lo ritrovi in qualche fondaco virtuale a organizzare qualcosa con i coetanei. Che male c’è, dirà qualcuno: è naturale! Certo che è naturale. Ciò che appare un po’ meno naturale è che al momento dei favori e delle cortesie, l’anzianotto che lo ha “veicolato”, quel bel dì che fu, sia stato completamente scansato. I giovani dei miei tempi erano anch’essi così? Chi lo sa! Un poco, ma non del tutto. Allora il Prof., l’Esperto o il Ricco di esperienza era frequentato con cura e affetto. Lì semmai era qualche Vecchio Trombone a scrivere troppo le classifiche dei bravi o dei cattivi. C’era comunque un bel rapporto tra l’autore maturo e il giovane. Oggi sembra tutto più facile e scanzonato: ma è una falsa impressione.

6. Quali strumenti, oggi, per chi comincia a scrivere: umani, culturali, storici? Sono totalmente da reinventare oppure è ancora possibile pescare nel grande contenitore
del secolo appena trascorso?

Che oggi, a distanza di appena otto anni dalla chiusura formale del Novecento, sia già possibile fare a meno di cento anni formidabili, mi pare una pia illusione. Che il mondo riesca a cambiare con modalità sempre sorprendenti è un conto: che questo mutamento rivoluzioni la cifra stilistica dell’ “appena ieri” è però un altro paio di maniche. D’accordo: dieci anni fa non esisteva il lessico del telefonino, ma non credo che due sms messi in croce riescano a distruggere una lingua, la nostra, così rodata dai tempi lunghi. Dico sms per dire di tutto un mutamento che punta alla sottrazione, all’amputazione. Via il gerundio: via ogni perplessità della lingua –ogni sensibile indugio di ambiguità- Oggi parliamo tutti con gesti e grugniti. Ne verranno, di conseguenza, dei buoni testi? Vedremo. Io sono per lo sperimentalismo: vedremo però fin dove è possibile spingersi in avanti.

7. Pensi che la grandezza di certi poeti sia dipesa dalla ricchezza della loro storia personale; dalla complessità della Storia che hanno vissuto? Dagli stimoli di un ambiente deprivato che, proprio perché deprivato, ti mette nelle condizioni di sentire il dolore e di dargli forma?

Rispondere correttamente a questa tua domanda, Sebastiano, è come dimostrare l’esistenza di Dio. Impossibile, quindi, dare una certezza. Io sono affascinato dall’idea del talento come “dono” in sé. Felice o infelice, se questo dono ti è stato insinuato nelle fibre, allora puoi avere anche un’esistenza piatta, ma riuscirai comunque a tirar fuori delle poetiche positive. Che poi il dato biografico, l’esperienza deprivativa, riesca a dare quel surplus necessario per giungere al capolavoro, è altrettanto vero. Però, tutto sommato, sono all’antica: propenderei a credere alle fibre, ad una disposizione che può venire da un padre o da un bisnonno. Idea balsana? Molto probabile (ci penso spesso): però non si può evitare il fascino della credulità. Di una cosa sono certo, comunque: il talento va alimentato: il talento è una macchina che ha bisogno di nutrimento. Il cibo elettivo è l’esercizio continuo –quello che si fa giorno dopo giorno: quello che scoccia mandare avanti, che lo si reputa inutile-. L’esercizio nobilita ed affatica. Solo a posteriori l’autore potrà accorgersi di aver compiuto un passo avanti.

(8).Esiste, oggi, per le nuove generazioni, la possibilità di una “deprivazione positiva” che sia causa e conseguenza di nuova poesia? 

Certo. La nostra stagione temporale, così difficile e drammatica, dovrebbe apparire al poeta molto intrigante. Sono convinto che la grande creazione sia tipica dei periodi impervi. In tal senso, nascere oggi, per un autore, è cosa molto corroborante. Tutto sta nel cogliere gli elementi apparentemente in seconda fila. L’evento si cela dietro tanto rumore mediatico: il poeta degno di questo nome dovrà avere in dotazione delle antenne sensibilissime.

Commenti»

1. gianfranco - Aprile 4, 2008

Ciao, Sebastiano. Grazie per l’ospitalità.
Tuo Gianfranco

2. Giorgio - Aprile 4, 2008

L’intervista tocca temi molto interessanti. Impossibile trattarli tutti, accenno solo all’interesse per il tema dei “padri” (secondo me esistono e hanno una loro funzione però), al rapporto col Novecento (giustamente indicato come imprescindibile, oltre che con tutta la storia, in particolare il rapporto col Novecento), quello della storia personale (secondo me importante, ma in presenza di un “dono” o di una passione da alimentare, come giustamente dice Gianfranco), quello che Sebastiano definisce della “deprivazione positiva”.

Ma su questi punti la riflessione è infinita. Invece una cosa mi piacerebbe davvero: uno spazio dedicato alla poesia a partire dagli anni Settanta: importante non solo per giovani alle prime armi, ma anche per chi legge poesia, ma non è poeta e non è “nel giro”. Parlo per me, in primis…

3. Anonimo - Aprile 4, 2008

Posso fare qualcosa su Arpa Eolica, ma trovare tutti i testi è impossibile
Sebastiano

4. Giorgio - Aprile 5, 2008

Mi sembra un lavoro enorme, forse si potrebbe pensare a un gruppo di lavoro, al coinvolgimento di vari spazi in rete. Forse potrebbe essere importante partire, e l’evidenza dell’importanza del lavoro potrebbe coinvolgere altri…

5. Anonimo - Aprile 5, 2008

Se ci fosse la volontà, caro Giorgio, io sarei disponibile. Sarebbe un segnale di un vero lavoro da fare insieme. Senza pregiudizi. Lavoro indipendente dai propri gusti, voglio dire. Io avevo incominciato a farlo nel mio primo blog, poi chiuso. Mi ero messo a cercare i nomi dei sopravvissuti in internet, ma certamente è un lavoro che da soli non è possibile fare. Credo poi ci sia un altro motivo, probabilmente: e cioè la tendenza a consolidarsi intorno a maestri riconosciuti, o a coetanei. Credo sia questo il vero problema.
Sebastiano

6. Silvano Sbarbati - Aprile 5, 2008

Il maestro è un “consolidatore”?
Ovvero un agglutinatore, uno che fa mettere e fa restare insieme le persone?
Non so se sia così.
Maestro per me è più chi catalizza, ovvero fa accadere reazioni e poi scompare, si volatilizza come tutti gli elementi catalizzatori.

Eppoi, cari amici del blo “in attesa”, mi sembra di vedere che la attenzione sulla poesia si esplicita con la dichiarazione di poetiche sulla poesia che è avvenuta, sulla poesia/prodotto.
Mi pare che anche la discussione che scaturisce dal dopo interviste mette la sordina sulla lettura.
E la produzione di versi (?) e di poesia (?) chi la determina: lo scrittore o il lettore?
Perchè se dovessimo guardare alla produzione di testi, ebbene la poesia sarebbe in Italia la prima Musa, la Musa più gettonata, la Musa più amata, coccolata, frequentata.

Voglio dire, meglio: chi dice che esiste poesia nei versi che si scrivono?
La critica? Ah.
Il lettore che acquista libri di versi? Ah.
Le case editrici che pubblicano più o meno a pagamento? Ah.
Oppure la poesia esiste (dovrebbe) nelle restituzioni dei lettori, nelle cose che lascia nella vita vissuta dei lettori?

Ecco, in “scritture in attesa” trovo poca vita vissuta del lettore. Per tradurre in altra lingua: che cosa produce e come e dove e quando, la poesia?
A scuola, in ufficio, nelle strade, al cinema, nelle relazioni tra persone, nelle discussioni pubbliche, nelle leggi, nelle strade, a letto e a tavola: che cosa produce, che cosa “diventa” la poesia?

Per questo, a questo dovrebebro servire i maestri. A chiedersi e a chiedere “poesiainatto”, oltreche naturalmente “scrittureinettesa”.

P.S.
Anni Settanta? E perchè no i Sessanta ed Cinquanta? Li abbiamo già tutti esauriti negli apparati critici?

Buona Domenica a tutti.
Silvano

7. arpaeolica - Aprile 5, 2008

Gli anni settanta perché negli anni settanta ci sono i “maestri” riconosciuti dalle generazioni giovani ( ma giovani vuol dire che hanno passato i trent’anni), mentre gli anni prima sono più storicizzati - almeno così sembra - . E’ interessante, piuttosto notare che questa esigenza viene dal fatto che questi “maestri” sono stati gli ultimi ad essere riconosciuti come tali. Oggi è difficile dire chi è “un maestro”. Siamo tutti allievi, se questa opinione è giusta. Intervistando Milo De Angelis, lui diceva che il problema non è la mancanza di maestri ma la mancanza di veri alievi. Questa affermazione mi ha fatto sobbalzare sulla sedia perché, se così fosse, il problema sarebbe da interpretare in questa chiave: e cioè che gli allievi hanno intenzione di rimanere tali; hanno bisogno, cioé, di padri per tutta la vita e non ammettono e non vogliono di esser presi a calci. E altra cosa interessasnte è che, a porre la domanda di una ricostruzione della storia della poesia a partire da quegli anni, non è sicuramente un giovine, ma un signore della mia età. Eccola la generazione di mezzo! In quanto agli altri punti:
Poca vita vissuta dal lettore: in genere le persone non amano esser messe in discussione. Nè tantomeno mettere in discussione gli altri. Per diversi motivi: è doloroso; fa paura; è molto più semplice la gratificazione. E i ragionamenti artistici non sempre, anzi, quasi mai, mettono in gioco “l’ordine del discorso”; e cioè i modi, le strutture (del potere?) L’arte, poi, non incide per nulla sul quotidiano. E’ quindi molto più semplicei trincerarsi dietro i discorsi artisti perché, probabilmente questi garantiscono una forma di libertà, di protezione contro le domande dei maestri. Credo, per quanto mi riguarda, che il mito più profondo da indagare sia ancora quello, conosciutissimo ma misconosciuto (nella sua profondità) di Narciso. Perché Narciso è fratello di Orfeo; è il fratello cattivo di Orfeo. Narciso si guarda e può annegare. Ma Narciso, guardandosi, e prima di annegare, non può fare a meno di prendere coscienza di sé. E’ il mondo che prende coscienza e si riconosce nell’altro; non confondendolo col sé, ma riconoscendolo. Insomma, non la vorrei fare lunga. Ma un Narciso, se curato bene, può diventare lo specchio del mondo attraverso di sé. E questo mi sembra sia il compito arduo di ogni pedagogia e della poesia stessa, - se vogliamo reintegrarla nei linguaggi del mondo - in quanto essa, parlando di sé, parla del mondo. Ma prima, per parlare del mondo, deve imparare a parlare di sé. Non è un caso che si comincia a scrivere quando il mondo, per la prima volta, ci appare veramente altro da noi; nemico, ipocrita come noi stessi.
Sebastiano

8. gianfranco - Aprile 6, 2008

E’ difficile, ma non impossibile, trovare alcune schegge del periodo proposto da Giorgio e condiviso da Sebastiano. Nello svuotamento della mia soffitta, ho ritrovato vecchi libri di poesia targati Forum/Quinta Generazione e Nuovo Ruolo-ARCI di quegli anni. In più ho anche rintracciato un vecchissimo numero di “Carte segrete”, mandatomi a suo tempo da quel grande amico che non c’è più: Gianni Toti. La rivista è del 1978; io ne sarò venuto in possesso a metà anni Ottanta. Qualche anticipazione dall’indice? Eccole: “Dalla Grecia: le poesie di Kindinis”, “Carla Bertola: Alfabeto parlante”, “Gli Stormy Six: sul significato del fare musica e canzoni”. Eppoi la carrellata di nomi antologizzati: Vallejo, Savio, Juan, Tutino, Masini, Martino, Guzzi, Bellonzi, Lunetta, Ferri e Arcidiacono.
Un altro mondo?
Credo di sì.
Ma comunque un mondo di cui dovremo ricordarci.
Gianfranco

9. Silvano Sbarbati - Aprile 6, 2008

Vallejo, non so chi sia.
Juan, non conosco.
Ferri, lo stesso.
Tutino, forse il musicista che è a Torino?
Arcidiacono? Non so cosa abbia scritto.
Masini…

Io conosco Sebastiano Aglieco, che ha 47 anni e che nel Settanta era operativo, nel senso che pensava e forse scriveva. E forse chiedeva, lui, di essere allievo a Milo de Angelis.

Se poi mi chiedete chi conosco di altri:
la Dickinson, Magrelli, D’Elia, Scataglini che ho eletto a mio maestro ma che, giustamente, mi disse: scrivi e leggi, leggi e scrivi. La vita farà il resto.
Lui, Scataglini, è stato antologizzato.

Di lui sono diventato lettore, grazie anche alle sue parole smozzicate e sagge, ai suoi sguardi, al suo cappello sulla faccia triste e alla sua intelligenza melanconica e alla sua morte precoce di mal di cuore precoce.
Di lui mi mantengo lettore, ma anche di tutti quelli che mi fanno “dono” di versi.
Le antologie, negli anni settanta, erano quelle delle medie superiori.
Poi, sono arrivate le altre.
Negli anni settanta leggevo poesia quando ne avevo bisogno, come ascoltavo musica quando ne avevo bisogno.
Leggere poesia quando se ne ha bisogno è un problema?
O è cambiato, nel frattempo qualche cosa grazie a Internet?

Degli Stormy Six ho conosciuto Umberto Fiori, anzi gli ho organizzato anche un convegno e ne ho ricevuto il piacere di una intelligenza vitale e piena di senso amichevole.

“Reintegrare la poesia nei linguaggi del mondo”: come il teatro, per esempio, no Sebastiano?
Ogni linguaggio è tale perchè qualcuno parla a qualcun’altro che risponde e via dicendo…
Resto in attesa.
Lettoreinattesa.

Grazie per l’attenzione.
Buona domenica poetica a tutti.

10. Anonimo - Aprile 6, 2008

Parlare, leggere, ascoltare, andare a vedere cose che da tempo si erano dimenticate, volti che inprovvisamente affiorano e che trovi cambiati…tutte queste esperienze sono come andare a vedere o a rileggere un vecchio libro, parole dimenticate, versi che pensavi ci fossero e invece non ci sono…i libri sono persone, esperienze, quando, appunto, ti parlano, anche da mondi lontani, sconosciuti. Attraverso intenet si possono fare degli incontri incredibili. Come quello appena fatto con Luigi di Ruscio: poeta operaio che abita a Oslo e che mi rimanda improvvisamente un mio pezzo sui bambini preso da intenet e che mi dice che, insomma, un libro sulla mia esperienza di insegnamento…ci hai pensato? E io dico che sì ci ho pensato, ma in realtà non ci avevo pensato veramente e che forse è giunto il momento, ma veramente … In attesa è sempre, la scrittura. Questa è l’intuizione che mi sento di fare in questo momento. La scrittura è in attesa probabilmente anche dopo che è stata resa pubblica, o dimenticata. Pubblica per trovare nuove strade - per noi, per il libro - . Dimenticata perché chiede ancora un senso a noi, alla nostra storia. Parliamo - e possiamo parlare - solo se guardiamo nel pozzo, nello spessore della nostra storia. Che è lo spessore delle parole, che vengono sempre da qualche parte. Probabilmente ci sono parole, poeti, scritture, letterature, esseri viventi, che non sono ancora fioriti. Come i semi che si sono addormentati e che, forse, un giorno, se qualcuno gli darà un po’ d’acqua… che sono queste parole: mie, di Silvano, di Giorgio, di Gianfranco…di chi vorrà.
Sebastiano

11. silvano sbarbati - Aprile 6, 2008

Le strade, le strade…
Di Ruscio è marchigiano, caro sebastiano, della Marca sporca.
E’ stato qui ad Ancona poche settimane fa.
Acqua.

Buona domenica.
Silvano

12. Anonimo - Aprile 6, 2008

Già, le strade si intrecciano. Magari lo conosci anche!
Sebastiano