PER UNA SCUOLA DI POESIA, intervista a Daniele Mencarelli Marzo 11, 2008
Posted by scrittureinattesa in FUORI TEMA.trackback
1. Parlavamo, qualche tempo fa, di un progetto di Scuola di poesia mai realizzato. Alla luce della tua esperienza di giovane poeta e della tua attenzione verso il reale, come l’avresti immaginata?
Le scuole, i laboratori, raramente servono a qualcosa, almeno a mio parere. Esco da poco da un laboratorio organizzato qui a Roma, con Rondoni, Damiani, Zeichen, Sica e Attanasio. La sensazione è sempre la stessa: un confronto poco o mai decisivo, tra persone che difficilmente sono pronte a mettersi in discussione, e non parlo solo di poesia. Forse uno dei problemi del laboratorio in questione era legato all’età dei partecipanti, molto alta, persone nel bene e nel male già formate. Il mio sogno è portare una scuola di poesia in quelle zone d’Italia dove il degrado umano e sociale è più duro, penso a Scampia, al Corviale qui a Roma, riservata esclusivamente a ragazzi sotto i quindici anni. Non c’è in questo sogno nulla di “socialmente utile”, solo una certezza che esperienza e tempo mi hanno dato: la cognizione del dolore che hanno quegli adolescenti è concreta, quotidiana, così come la loro rabbia. Su un terreno simile la poesia potrebbe crescere bene, trovare vita anche dalla rabbia, dall’odio. E poi sarebbe un modo per giocarsi l’esistenza, non te la caveresti di certo con la citazioncina, con i giochini che spesso riescono in altri ambienti.
2. In genere le cosiddette scuole di poesia si dividono in due categorie: consigli di tecnica, di retorica – lavoro sui vissuti, sulle proprie motivazioni a scrivere…
Credo che una vera scuola di poesia abbia innanzi tutto bisogno di tempo, tanto tempo, non puoi esaurire il discorso che tre-quattro appuntamenti, magari compressi in un mese. Una scuola di poesia, per come la intendo io, è in primo luogo una scuola d’esistenza dove tutti si mettono in gioco sulle esperienze e il vissuto degli altri. Poi viene la tecnica, ma anche in questo caso c’è bisogno di tantissimo tempo. Non puoi consigliare un testo di poetica e pensare di iniziare a lavorarci sopra il giorno appresso.
3. Scrivere è un‘attività dello spirito; si può scrivere per mille ragioni diverse, ma l’atto dello scrivere non fa di per sé uno scrittore….
Nel laboratorio organizzato qui a Roma ho avuto una discussione durissima con uno dei partecipanti, si ragionava sulle motivazioni che portano alla scrittura, alla poesia, motivazioni che erano per quel tipo “sufficienti” a fare di un individuo un poeta. La nostra epoca è straordinaria nel concentrarsi sulle cause, spesso a non metterle in relazione con gli effetti. La poesia è a tutti gli effetti un azione che produce un risultato ed è appunto il risultato a fare di una persona un poeta o meno. Si può scrivere per mille motivi sbagliati ed essere straordinariamente poeti. Ma la questione è un’altra: siamo sicuri che le motivazioni che razionalmente mettiamo alla base del nostro scrivere siano poi effettivamente le ragioni della nostra scrittura?
4. Quanto influisce, nella considerazione che si ha di un poeta, il consenso? Ma anche il sentito dire, o l’effetto domino, che è ancora peggio?
Nell’intervista di presentazione a questo blog ho citato il consenso quale nemico più grande per un artista. Il consenso azzera lo scavo, cerca la superficiale accoglienza del lettore guardandosi bene dal “terremotare” cuore e coscienza delle cose. Credo sia normale per un ventenne andare incontro al consenso, poi però ci si deve smarcare, mettere a fuoco l’esperienza e non contaminarla col pensiero di “riuscire bene”. Senza cadere nella trappola opposta: un testo è comunque ricerca di condivisione, ma questa condivisione avviene veramente solo se alla base c’è un lavoro devoto intorno all’esperienza del reale. Spesso poeti e critici alimentano involontariamente la logica del consenso, giocando da “opinion-leader”, senza intuire che quel testo cerca direttamente la loro benevolenza, o il loro ego. Il tempo, che gioca sempre contro di noi, in poesia è una medicina straordinaria: rivela sempre, o quasi, l’autenticità di un’esperienza, la sua qualità profonda.
5. La tua generazione ha conosciuto un interesse e un’attenzione da parte dei poeti laureati che la mia non ha avuto. Chiameresti questi poeti “maestri” o “fratelli maggiori?”
E` vero, i “nati nel 70” hanno avuto molta attenzione. Va detto che attenzione e cura non sono sempre la stessa cosa. Prendiamo ad esempio le antologie: si è creato una specie di effetto valanga: alla prima antologia ne sono seguite altre, un movimento casuale secondo me. Altrettanto vera è la mancanza di attenzione per la generazione precedente, mi viene in mente la bella antologia di Galaverni edita con Guaraldi e poco altro.
Per fortuna, però, alcune volte l’attenzione coincide con la cura, con l’affetto e l’amicizia. Non considero i poeti più grandi né maestri né fratelli, ma amici appunto, capaci di essere maestri e fratelli e tanto altro. Penso a Rondoni, De Angelis, Damiani, Lauretano e tanti tanti altri. E più di tutti penso a Giovanna Sicari, un’amica, un grande esempio. La poetessa più grande degli ultimi trent’anni, a tutti i ragazzi che leggeranno queste righe consiglio i suoi libri, in particolare “nudo e misero trionfi l’umano” di Empiria. Un capolavoro vero.
6. Il cosiddetto discorso generazionale, che probabilmente è stato necessario per fare gruppo, per sentirsi parte di una comunità che la dispersione degli anni 80 non ha contribuito a realizzare, in che modo pensi abbia influito sulla tua scrittura – se poi ha influito? –
Credo che il lavoro di un poeta sia sempre solitario, rispetto al mondo della poesia naturalmente, non certo rispetto al suo mondo e alla sua realtà. Spesso alcune lavori, e solitudini, si avvicinano e sfiorano. Anche tutto il discorso delle “linee”, da quella lombarda in giù,mi sembra molto approssimativo, non sono di certo il solo a pensarla così. Mi rendo anche conto che, in determinati periodi o di fronte a certi pericoli, questa “comunità di solitudini” tenti di avvicinarsi e fare muro. Pensiamo, solo per fare un esempio, all’Unione Sovietica staliniana.
7. E’ ancora un progetto perseguibile, questo dell’indagine generazionale?
Non credo che un’indagine generazionale sia possibile, credo non sia nemmeno di grande utilità. Un poeta si pone col suo lavoro, quando autentico, fuori dai fenomeni, entra nella metastoria, entra in una contemporaneità universale, per parafrasare Eliot.
8. Quale lavoro è urgente, oggi, per la poesia? Quali i compiti di chi comincia ad avvicinarsi alla scrittura? Quale “sentimento del tempo”, per parafrasare?
Non credo ci siano particolari missioni, né della poesia verso la società né viceversa. Un ragazzo che si avvicina alla scrittura lo fa perchè mosso da sentimenti non molto diversi rispetto ad un suo coetaneo di mille anni fa. Ci si affida a questa forma povera ma straordinaria per risposta al cosmo, dalle stelle alle lampadine che illuminano le nostre case. Per amore delle cose.

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